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Il problema previdenziale
 


 
A seguito della riforma "Dini" del 1995 è stato abolito il sistema di calcolo retributivo ed è stato introdotto quello contributivo: la pensione, dal 1995 in poi, non viene più calcolata tenendo in considerazione le ultime retribuzione lavorative, ma viene calcolata in base ai contributi versati dal lavoratore durante tutta l'età lavorativa.

Considerando l'enorme difficoltà dei giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro e la loro scarsa capacità reddituale nei primi anni lavorativi, mediamente, fra 20 anni, si potrà contare su una pensione pari alla metà dell’ultimo stipendio percepito.

Che fare?


 
La soluzione, secondo il governo italiano è quella di crearsi una pensione complementare investendo il Tfr. In poche parole si spera che nel lungo periodo (almeno 30 anni) l'investimento del Tfr nei mercati finanziari, renderà molto di più della rivalutazione annua del Tfr lasciato in azienda.

Tutte le statistiche finanziarie infatti dicono che nel lungo periodo l'investimento azionario ha sempre reso molto bene.

Tuttavia le cose non stanno proprio così. Basti pensare che i dati statistici validi su cui possiamo fare affidamento partono dal 1800. Si tratta quindi di 2007-1800=207 anni che diviso 30 anni (il lungo periodo) fa circa 7 dati. Abbiamo solo 7 dati! E' come voler studiare l'altezza media della popolazione italiana studiando l'altezza di 7 persone che passano a caso. Se per sbaglio ci troviamo nei pressi di una scuola materna o di un circolo di basket l’italiano medio sarà rispettivamente un pigmeo o un vatusso.

Morale: la nostra liquidazione investendo il Tfr sarà un punto interrogativo.

Le altre soluzioni

1. Stipulare un Piano Individuale di Previdenza (PIP)

Si tratta di forme pensionistiche individuali attuate mediante l’adesione a contratti di assicurazione sulla vita. Consentono di integrare il reddito futuro con una pensione vitalizia in età pensionabile. Sono la novità del mercato previdenziale ma è bene ricordare che tali contratti di assicurazione si distinguono dalle polizze vita, perché i documenti contrattuali che vengono consegnati al momento della sottoscrizione (nota informativa) fanno esplicito riferimento alle finalità previdenziali della polizza. Sono adatti soprattutto a lavoratori autonomi e liberi professionisti ed in via residuale ai lavoratori dipendenti che dispongono di forme di previdenza più vantaggiose.

2. Investire nei fondi pensione

Valgono tutte le considerazioni di chi trasferisce il Tfr ai fondi: il risultato sarà un punto interrogativo.

3. Accumulare un capitale

Avere a disposizione un proprio patrimonio finanziario ci permetterà di vivere la "terza età" nel modo migliore. I redditi da capitale forniscono quell'integrazione aggiuntiva per migliorare e mantenere elevato il proprio tenore di vita proprio nel periodo in cui si ha più tempo nel dedicarsi ai propri hobby.

Per accantonare una certa somma all'età della pensione, abbiamo diverse possibilità:

- Risparmiare
- Lavorare per più tempo
- Accontentarci di una pensione minore
- Lasciare il Tfr in azienda

Oggi il rendimento del Tfr lasciato in azienda (1,5% + 0,75% dell’inflazione) è pari al 2,78%. Con un rendimento del genere sarà difficile riuscire a mettere da parte abbastanza.

La vera soluzione: integrare le diverse opportunità mediante una pianificazione previdenziale

L'unico modo di affrontare seriamente il problema è quello di avvalersi di una pianificazione previdenziale cioè ripetere ogni anno i seguenti passi:

1. Calcolare accuratamente il proprio gap pensionistico
2. Versare i contributi nelle diverse forme previdenziali in base al gap calcolato
3. Effettuare una revisione annuale della propria posizione previdenziale, sostituendo, ogni anno, i dati ipotizzati (prospettive di lavoro, rivalutazione del montante pensionistico pubblico, rivalutazione degli investimenti privati, inflazione, ecc.) con quelli certi e allineando le stime con le nuove informazioni disponibili.

Solo tale modo di procedere ci garantirà di colmare il gap pensionistico al 100% e raggiungere il tenore di vita desiderato al pensionamento.

Tale processo, necessita di una serie di competenze integrate in campo normativo, fiscale e finanziario e, ad oggi, in Italia non c'è nessuna organizzazione in grado di farlo su base sistematica ed in assenza di conflitti d'interesse. Inoltre è necessaria una notevole conoscenza della normativa di settore per poter fare una pianificazione previdenziale senza sotto o sovrastimare il gap pensionistico. In tal caso infatti si corre il rischio di far mettere da parte al lavoratore troppo, facendo quindi inutili sacrifici, o troppo poco, rimanendo privi di pensione integrativa. A questa deve aggiungersi una conoscenza finanziaria adeguata per valutare gli strumenti attraverso i quali accantonare il proprio risparmio pensionistico (azioni, obbligazioni, etf, certificati).

Ma alla base di tutto ci deve essere l'assenza di conflitti d'interesse: è necessario che il consulente non sia coinvolto, a nessun titolo, nella vendita o nella gestione dei prodotti finanziari per l'integrazione pensionistica o tutta la consulenza crolla come un castello di carte. Anche i sindacati, a causa dei fortissimi interessi nei fondi chiusi, non sono privi di conflitti d'interesse e spesso le competenze finanziarie sono quasi totalmente assenti. Per questo non sono i soggetti ideali per fare una vera pianificazione previdenziale.

Concludendo

Il reddito che ci attende al pensionamento sarà frutto di tre cose:

1. Della nostra capacità individuale di risparmiare durante l'età lavorativa
2. Dal tempo che abbiamo a disposizione per il pensionamento
3. Di aver saputo sapientemente integrare tutte le diverse opportunità di risparmio mediante una saggia pianificazione previdenziale.
 


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